Capitolo 3 – Lo specchio – Il pub

Pioveva molto il giorno che Alessandra iniziò a lavorare nel pub. Francesca, la proprietaria italiana, era un’amica di Fabia. Mora, mediterranea, indossava spesso lunghi e larghi maglioni. Avrà avuto trentacinque anni. Capelli lisci, tenuti in una coda. Non stava mai ferma. Di origini salentine, era in Scozia da dieci anni. Aveva un piccolo bimbo, frutto di una relazione con un ragazzo brasiliano, che un giorno non aveva fatto più avere notizie. Fuggito chissà dove.

Ricominciare tutto a quarantacinque anni. La sua vita ricominciava da lì, da quel pub al centro di Edimburgo. E da quella tipa, elettrica, dalla parlantina veloce e spigliata.

Il lavoro era dietro il bancone. Aveva già avuto esperienze di quel tipo. Spillava birre. Doveva indossare la maglietta del pub. Tutto qua, nient’altro. 

Il primo giorno di lavoro filò tutto liscio. Ebbe giusto un piccolo disguido con un turista svedese. Tornando verso casa, pensò seriamente al suo futuro in Scozia. Pensò per la prima volta da quando era arrivata, che il suo futuro era la ora. Decise di lasciare il B&B di Fabia, troppo caro. Trovò un piccolo monolocale vicino alla stessa piazza del B&B. Aveva ancora qualche soldo da parte, ma doveva assolutamente trovare il modo di guadagnare qualcosa in più. Parlò con Francesca. Gli disse che poteva distribuire volantini quando non era di turno. 

Al pub veniva spesso una persona. Sulla sessantina, sempre alla stessa ora, verso le sette di sera. Prendeva una birra, rigorosamente scura, e la beveva guardando la televisione. Se ne stava in silenzio per un quarto d’ora. Poi se ne andava. Attirò l’attenzione di Alessandra, che un giorno decise di attacar bottone.

Alessandra non parlava benissimo inglese, ma si faceva capire. Saltò fuori che il tipo era un professore universitario. Insegnava letteratura. Le letture di Alessandra raramente si erano spinte oltre i gialli da edicola. Rimase subito colpita da quell’uomo maturo, con un’espressione che per lei era un inedito, qualcosa che non aveva mai visto e che rappresentava una novità interessante, da approfondire.

Ingenuamente, senza secondi fini, gli disse che a breve avrebbe staccato, e che aveva avuto una giornata pesante. Lui si propose per riaccompagnarla a casa. 

Così insieme si avviarono verso casa sua. Sarà perché si sentiva sola, non conosceva nessuno in particolare. O perché faceva freddo, e lei non era abituata a quel clima, ma voleva continuare quella discussione. Fatto sta che dopo una decina di minuti davanti al portone di ingresso. Lei gli propose di salire, per fare due chiacchiere, un drink. Qualcosa del genere.

Come è, come non è, i due finirono a letto insieme. E l’intesa sessuale fu subito forte. 

Maurice, così si chiamava, nei giorni seguenti, continuò ad incontrarla al pub. Anche lui era attratto da lei. Spesso, quando Alessandra finiva di lavorare, andavano a casa insieme. I rapporti si infittirono. E in breve tempo, la loro diventò una relazione stabile.

Oltre a riaccompagnarla a casa, iniziarono a fare piccole gite. Alessandra non conosceva la Scozia, e quella era una buona occasione per girarsela un po’.

Lavorava molto, ma tutto procedeva bene, e ora c’era anche quella storia. Se non era felice, poco ci mancava. Da molti anni a questa parte, per la prima volta sentiva di stare insieme a qualcuno. Che aveva qualcuno su cui poteva contare. Per parlare, confidarsi, aprire finalmente il suo cuore.

Francesca, la proprietaria del pub, la mise in guardia, su quell’uomo. La cosa gli sembrò inopportuna, e invadente. Con tutto che Francesca era ben lungi da esserlo, per carattere. 

Sentì strane storie, a proposito dell’ex moglie. Era impazzita e ora viveva in una cosa di cura in Irlanda. Alessandra non diede peso a quanto aveva sentito.

Qualche settimana dopo, per la prima volta da quando si conoscevano, Maurice citò la moglie. Gli disse che gli voleva bene, o almeno gli aveva voluto bene. Ma che si era sentita male, un brutto, bruttissimo esaurimento nervoso. Poi una profonda depressione. E ora viveva in una casa di cura. Alessandra si sentì gelare il sangue, ma non fece altre domande, gli mancavano le forze in quel momento.

Nei giorni che seguirono pensò molto a quella storia. Era divisa, voleva sapere altro, ma aveva paura che quell’incanto svanisse. No, non poteva finire.

Un giorno, dopo il lavoro, invece di andare a casa sua. Andarono per la prima volta a casa di Maurice. Maurice viveva con l’anziana madre, una vecchia signora di novantacinque anni. Che quando vide Alessandra si limitò a fissarla per una decina di secondi, per poi girarsi di nuovo verso la finestra. Maurice gli sussurrò all’orecchio: “non farci caso, mia madre ormai è andata. Non è più in grado di intendere e volere”. Quella signora passava le sue giornate guardando fuori la finestra. A volte si specchiava. Passava anche un’ora davanti allo specchio. Immobile, senza dire una parola. 

Che cosa rappresentava quel rapporto di Maurice con la pazzia. Prima la moglie, poi la madre. C’era da preoccuparsi? 

Francesca era rimasta abbastanza vaga. Gli aveva detto semplicemente che la moglie era impazzita, e che su di lui giravano strane voci. Probabilmente non sapeva molto di più, era in Scozia relativamente da poco, e non era facile andare al di la della superfice. Quando si è stranieri, in un luogo, in una comunità. Francesca, però, non era tipo da esporsi in quel modo. Aveva sentito qualcosa, qualcosa che lei, invece, non era in grado di sentire. Era troppo coinvolta, forse innamorata, come poteva sentire un pericolo?

Maurice gli piaceva, la storia andava avanti. Avevano una forte intesa sessuale, e quello era un collante eccezionale. Dimenticò tutte le storie di Francesca, dimenticò la madre, che non rivide più. C’erano solo lei e Maurice. Anche Francesca, che la vedeva così distesa e felice, si arrese, e non fece più cenno alle storie che aveva sentito, sul conto di Maurice.M

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