Capitolo 1 – Lo specchio – I manichini

Era dentro quel deposito di manichini che lavorava Alessandra. Vestita come un uomo, non curata, manteneva una sorta di bellezza severa. Come se la vita le avesse fatto qualcosa, anche se tutto sommato non le aveva fatto niente. E forse proprio per questo ce l’aveva tanto con la vita.

Tutto il giorno lo passava a caricare e scaricare manichini. Portava i manichini nei negozi del centro. Li andava a ritirare. Con il furgone andava e veniva dal deposito. 

Emanuele, il proprietario dell’impresa, non ci stava mai. Era lei che gestiva i clienti, che gestiva le consegne, gli affari legali, i fornitori. Tutto. Di aprire una sua attività non ci pensava proprio, troppo presa dalla mestizia, dall’ansia. Erosa fino al midollo, portava questi segni sul suo corpo, nelle vene che sporgevano dal collo, nella pelle secca del petto, nelle piccole rughe attorno agli occhi.

Emanuele gli aveva affidato sempre di più le sorti di quell’attività, nel frattempo gestiva un bar insieme alla moglie.

Era stata sposata due volte, due divorzi. Poi una serie interminabile di avventure. Con ragazzi più giovani, persone della sua età o un po’ più grandi, anche qualche vecchio. Due donne, con una aveva avuto una storia lunga un anno.

Viveva sola, in una bella casa. Gli piaceva circondarsi di soprammobili, alcuni di dubbio gusto, alcuni belli, qualcosa di antico. Aveva letto molti libri, ma ora li odiava. Preferiva vedere la televisione, o parlare al telefono. Cucinava in modo schizzo frenico, alcuni giorni li passava a cucinare, poi per un mese mangiava insalate e panini.

I vicini erano cordiali, ma la vedevano come una persona strana. Single, senza figli. Quasi mai a casa. E quando ci stava non faceva quasi nessun rumore.

L’unico vizio che si concedeva erano le sigarette. Fumava tanto, ma solo a casa. Quando lavorava poco o nulla. Aveva avuto problemi con l’alcol quando era più giovane, ma ora non aveva più voglia di bere. L’unica sua passione era il silenzio. Era quello che inseguiva, il suo obbiettivo. Non desiderava altro, solo il silenzio. Così difficile da conquistare.

La chat era la fonte dei suoi incontri, conosceva la i suoi amanti. Era convinta di volere l’amore della sua vita, di volere una storia seria. Ma era solo una facciata, mentiva a se stessa da anni, in maniera così perfetta da crederci ormai completamente, senza esitazione, senza alcun dubbio.

Gli piaceva il sesso? Si ma non in modo particolare, come a tutti. Odiava sentirsi sola, non perché la cosa non gli piacesse, ma non voleva ammetterlo con se stessa. Per questo preferiva avere sempre qualcuno da frequentare.

Anche Paolo l’aveva incontrato così. Con la chat. Lui aveva cinquanta anni. Si incontravano quasi sempre nell’albergo dove lavorava. Avevano tutte le stanze a loro disposizione. Per lui, si truccava, metteva i tacchi, le calze nere. Si sentiva vagamente coinvolta. Paolo non era bello, alto, magro, la pelle del viso rovinata. Aveva una dote naturale per il sesso. Emanava un profumo che a lei piaceva. Lavorava in quell’albergo da due anni, prima aveva fatto di tutto, il benzinaio, il cameriere e per anni il becchino. Era proprio il becchino il lavoro che più di altri gli era rimasto nel cuore. Trovarsi a tu per tu con la tragedia, e avere la possibilità di osservarla senza attirare nessun sospetto, con quell’espressione impostata che tutti i becchini devono avere. 

Gli piaceva frequentare delle escort, e il vizio non l’aveva perso, anche se da qualche settimana ormai frequentava Alessandra. Una in particolare, una ragazza molto giovane, ungherese. Lo faceva impazzire.

Il suo naso così accentuato, lungo e fino, le sue labbra rosse, la sua pelle bianca, le sue rughe sulla fronte, i suoi capelli neri. Aveva un qualcosa di erotico. Anche se non ispirava fiducia nell’altro sesso. Era stato sposato fino ad una decina di anni fa. Ma ormai non sentiva quasi mai l’ex moglie, anche se non abitavano lontano l’uno dall’altra. Le rare volte che si incrociavano preferivano far finta di niente, salutarsi in maniera veloce e poco sentita. Ci tenevano a dimostrare di avere ancora un buon rapporto, anche se ormai erano indifferenti l’uno al destino dell’altro. 

Ci tenevano Alessandra e Paolo ad apparire per quello che non erano. Dove volevano arrivare con quel loro rapporto? Ancora nessuno dei due lo sapeva. Andavano avanti, e la cosa per ora risultava piacevole. Si vedevano quel che basta per non rendersi insopportabili. Avevano una buona intesa sessuale. Non parlavano quasi mai di futuro. Un paio di volte capitò ad Alessandra di andare a casa di Paolo, ma mai il contrario. Alessandra era troppo gelosa del suo spazio. Da anni non entrava nessuno a casa sua, se non qualche volta la madre e un paio di amiche di infanzia. Le uniche amiche che aveva. Il resto tutte conoscenze, con varie gradazioni di superficialità.

Un giorno Paolo gli disse di no ad un loro incontro, era la prima volta. Passò la giornata a rifletterci, non si può dire che era preoccupata, tanto meno triste. Gli dava solo da pensare, a cosa non riusciva a capirlo. E forse era proprio questo che la teneva inchiodata a quel pensiero. Perché gli importava così tanto di quel no?

L’aveva chiamato: -Ciao Paolo, stavo pensando se potevamo cenare insieme stasera, non mi va di cucinare ma ho fame e ho voglia di mangiare qualcosa di buono… -Stasera non posso, perdonami ma non ce la posso fare. Ieri ho dormito poco e mi sono dovuto svegliare presto. E’ stato un inferno oggi a lavoro. Ho avuto il mal di testa tutto il giorno. -Ok vorrà dire che andrò a cena con qualcun altro. Scherzo. -Ehehe. -Vabbeh ora vado, ci sentiamo dopo, ciao. -Ok ciao.

La conversazione era stata breve. Più breve del solito. Ma significativa, perché era la prima volta che Paolo gli rifilava un no. Lei aveva voglia di vederlo e lui no. Semplice. Ma non era mai successo.

Decise che quella storia era arrivata al capolinea. Paolo aveva in mente qualcos’altro, se ne era convinta.

Lui si rifece vivo in chat una settimana dopo, lei non gli rispose, poi più nulla. Forse Paolo aveva veramente conosciuto un’altra donna, non gli era dato sapere, e sinceramente la cosa neanche gli importava. Quello che realmente stava avanzando nella sua coscienza era la velocità con cui iniziavano e finivano le sue relazioni, ormai da anni viveva in quella sorta di limbo. 

In quel deposito di manichini, tra uomini e donne di plastica, gli sembrò tutto nuovo, come visto per la prima volta. Finì il lavoro e andò in una edicola, comprò un libro, un giallo. Era qualche anno che non leggeva. Da quel giorno ricominciò a leggere, visse per mesi in una bulimia intellettuale. Se vogliamo chiamarla così. La sera la passava a leggere, a volte si masturbava, aveva comprato anche un vibratore. Ma non incontrava più nessuno.

Fino a quando decise che niente la teneva più legata a quella città, decise di andarsene, dove ancora non lo sapeva, ma sentiva dentro di lei la voglia, prepotente, di voler cambiare radicalmente ambiente, persone, lavoro. 

Un giorno iniziò a piangere, un pianto senza motivo, ne triste ne di gioia. Un pianto che non riusciva a comprendere, poca era ormai la sua dimestichezza con i sentimenti. Con i suoi e con quelli degli altri.

La ricerca del posto dove andare proseguiva principalmente su Internet. Aveva una amica che viveva da anni in Scozia. Una che aveva avuto grossi problemi di droga, ma ormai si era disintossicata da anni. Viveva con un’altra donna, era lesbica. Insieme avevano avuto un figlio con l’inseminazione artificiale. Un bambino, che oggi aveva sei anni.

L’aveva rintracciata su Facebook. -Ciao Fabia, come stai? -Ei Alessandra! Bene, tu come stai? Da anni che non ti sento. -Bene bene, sto pensando di voler lasciare Roma. Voglio andarmene, mi sono stufata. Era partita in quarta con uno sfogo, per poi fermarsi. L’amica però aveva subito accolto il suo grido di dolore. -Vieni qua in Scozia! Si sta una favola, con Jordy, la mia compagna gestiamo un B&B. Siamo felici. Puoi stare da noi fino a quando non trovi di meglio. -Ci penserò, ti prometto che ci penso seriamente. Ho proprio voglia di andarmene.

Così, detto fatto, la sua mente era già in moto. Il giorno dopo mise un annuncio per affittare la casa. Decise di partire i primi di aprile. Fra tre mesi. Doveva gestire la situazione con Emanuele, trovargli qualcun altro che gli potesse gestire quella piccola attività, che produceva comunque non poco denaro. I manichini sono infatti uno di quei prodotti di nicchia che rappresentano un business nascosto tra le pieghe del conformismo in cui è immersa la società. Trovò il candidato ideale. Una ragazza siciliana che un annetto fa l’aveva aiutata, e che oggi era senza lavoro.

A Emanuele non stava bene, ma alla fine si convinse, si fidava troppo di Alessandra. In fondo aveva gestito bene quell’attività.

Comprò il biglietto, parlò con la madre della cosa. Aspettò. Arrivò il giorno in cui doveva partire. Valige pronte. Taxi prenotato. Tutto era pronto per la partenza. Un senso di forte ansia, premeva. La sera prima, si era sorpresa più di una volta a tremare. Non chiamò nessuno, non sentì nessuno. Gli dispiaceva solo per i suoi soprammobili. Non li poteva portare tutti con se. Ne scelse solo una decina, quelli a cui era più legata. Poi guardandoli, si ripromise di chiedere alla madre se poteva prenderli con  se.

Un hard disk pieno di fotografie. Il suo notebook. Vestiti. Una chiavetta USB piena di musica. Dolore e fede nel futuro. Tutto qua, non aveva altro.

Gli tornò alla mente il periodo in cui, con la sua amica, andava al liceo. Passava sotto casa sua, gli citofonava e insieme si avviavano. Parlavano di musica, dei ragazzi poco, delle serie tv, attori, cantanti. Tutte cose che servivano a non parlare di niente, sentendosi lo stesso legati.

Quanto era cambiata Roma in quegli anni, una citta che oggi non riconosceva più. Con cui non sentiva più legami, se non quelli dei ricordi, quelli che appartenevano al passato. Alcuni erano in quell’hard disk, altri nella sua mente, altri persi fra le pagine di Facebook. Anche lei era cambiata, si era inaridita, i suoi sentimenti si erano materializzati in quei manichini, in quei soprammobili. E oggi non aveva niente tra le mani. Le sue belle mani, lunghe, affusolate, il suo orgoglio, la parte del corpo che gli piaceva di più, l’unica in cui adesso si riconosceva. Si, ripartire, proprio da quelle mani, con quell’amica lesbica che non rivedeva da anni. Lei e la sua compagna, in Scozia, che gestivano un B&B. Non riusciva proprio ad immaginarsi la folle Fabia, tra le bollette, a dare spiegazioni ai clienti. “Le chiavi sono queste”, “i letti sono questi”, “la colazione è fino alle 11” ecc …

Poi all’improvviso gli sembrava tutto così stupido, banale. Un senso di freddezza si fece largo nella sua anima, tra l’ansia e l’eccitazione. Gli tornarono in mente i visi dei manichini, il furgone, e poi si addormentò. In posizione fetale, come se volesse proteggere se stessa. Per quel giorno aveva dato tutto. Non sentiva più il bisogno di niente.

I manichini continuarono a guardarla, come se si fossero realmente materializzati in quella stanza da letto. Si alzò un paio di volte, una volta alle due di notte, la seconda volta alle quattro. Alle quattro fumò anche una sigaretta, davanti al computer acceso. Non che avesse nulla di particolare da guardare o cercare. Non pensava a niente. Si riaddormentò subito. 

Il mattino si svegliò definitivamente. Erano le sette. Si fece la doccia, si lavò i denti, si vestì, e poi non gli restava altro che aspettare il taxi. Lo aspettò fumando una sigaretta sul tavolo della cucina. Le sedie erano già rivoltate. Il pavimento era pulito, profumato. Il letto era sfatto e decise di lasciarlo così. L’inquilino, a cui aveva affittato la casa, sarebbe arrivato il lunedì successivo. La madre aveva tutto il tempo di fare gli ultimi ritocchi e infiocchettamenti. Poi alla fine chissenefrega, ormai con la testa era già in Scozia. Proiettata alla vita che l’attendeva.

Suonò il citofono, la risvegliò come quando ci si accorge, la mattina, di aver fatto tardi. Si affrettò a rispondere. Portò giù le valige. Insieme al taxista, caricarono tutto dietro il portabagagli. Lui l’aiutò a sollevare il grosso trolley. L’uomo era un bel ragazzo di una trentina d’anni, abbronzato, portava dei pantaloni che gli arrivavano poco sopra il tallone. Delle scarpe da ginnastica. Fu presa da una sorta di eccitazione erotica, se glielo avesse chiesto sarebbe salita a farsi una sveltina prima di partire. Sorrise al pensiero. 

Ciao ciao, i soliti convenevoli, e poi tutte e due salirono in macchina, si avviarono verso l’aeroporto. Nessuno dei due aveva voglia di parlare. Era ancora troppo presto quella mattina. Lungo la strada pensò solo al caldo del letto, che aveva da poco abbandonato. Aveva ancora voglia di dormire. Avrebbe dormito sull’aereo, questo pensiero in quel momento, la consolava. Come se non esistesse nient’altro che dormire. Non esisteva la Scozia, non esistevano i manichini, non esisteva Emanuele con il suo furgone, la sua amica lesbica. Niente. Aveva solo una gran voglia di dormire e di fumarsi una sigaretta dopo un caffè.

Prese un caffè al bar dell’aeroporto, si concesse anche un cornetto integrale. Una sigaretta. Guardò sui monitor dove doveva aspettare l’aereo. Al gate si mise seduta su una di quelle seggiole, scomode, tipiche degli aeroporti. Tutto come da programma. Guardava le persone passare, famiglie felici. Donne con figli. Fu colta da una repentina tendenza ad insultare, le persone che vedeva, tra se e se. In quel momento, in quel preciso momento, odiava tutti.

Sentì il cellulare vibrare. Era Paolo. No non rispose. Non aveva proprio voglia di parlare con lui. Dopo sei mesi si faceva risentire. Ma poi ci pensò su e lo richiamò, era curiosa di sentire cosa aveva da dirgli. -Ti pensavo ieri, che ne dici di rivederci? -No Paolo, sto partendo per la Scozia, biglietto di solo andata. Comprì? … -La Scozia? E che ci fai in Scozia, piove sempre. Seee quella discussione andava chiusa al più presto. -Senti Paolo, ora devo proprio andare ci sentiamo dopo in caso. Ok? -No aspetta un attimo … -No Paolo devo proprio andare. Ciao! Attaccò il telefono, e continuò a guardare le persone e ad insultarle nei sui pensieri. “Certo è un bel tipo Paolo. Gli uomini quando sono arrapati sono proprio insopportabili. Guarda quella la, chissà le corna che mette a quel poveretto del marito. Quella poi, così grassa, ma falla una dieta”.

Arrivò il momento di partire. Mostrò biglietto e passaporto. Si mise seduta. Le solite infinite manovre che l’aereo fa prima di decollare. Poi via. Si, ora si andava in Scozia sul serio. Eccitata per una decina di minuti, poi si addormentò.

Ad attenderla ad Edimburgo c’era Fabia, non la riconosceva più, si era ingrassata e aveva i capelli rasati. Era lo stereotipo della lesbica. Si mise a piangere quando la vide, l’abbracciò. -Alessandra quanto tempo, con la voce rotta dal pianto. Rispose a quell’affetto che sulle prime l’aveva lasciata un po’ perplessa. In fondo era molto contenta, dopo tanto tempo, di rivedere Fabia. 

Se la ricordava come una ragazza strana, alle medie e ai primi anni di liceo. Poi una tossica. Poi la riabilitazione. Poi l’aveva persa di vista. Fabia era tutto sommato una ragazza forte, non era certo facile uscire dalla droga, lei però ce l’aveva fatta. Forse perché il suo drogarsi era dovuto solamente ad una confusione sessuale. Gli piacevano le donne ma non riusciva ad ammetterlo. Chissà. Quello che ora contava è che erano tutte due ad Edimburgo. Con un mucchio di cose da raccontarsi.

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